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13 aprile 2005

QUESTIONE DI NUMERI

Il pensiero dei 20.000 bambini che muoiono di fame ogni giorno, mi segue come un’ombra.
Penso che tutte le associazioni che operano nel settore della solidarietà, dovrebbero investire tutte le loro risorse nel denunciare ogni giorno questo aberrante fenomeno e chiedere ai cittadini di ogni nazione se gli stipendi dei 61.000 (*) funzionari delle Nazioni Unite che da anni si occupano della fame nel mondo, percependo ognuno circa quindici milioni di vecchie lire al mese, non sarebbero meglio impiegati per acquistare un piatto di riso per questi bambini. 
(S.A.) 

(*) GUIDO BERTUCCI - direttore Divisione Amministrazione Onu New York
"È di circa 15 mila persone delle quali diecimila lavorano qui a New York e poi se si contano le altre organizzazioni arriviamo a, direi, decine di migliaia, circa 61 mila funzionari" (da Reporter, RAI 3, 2003)




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9 marzo 2005

IPOCRISIA MNEMONICA

Se confidassi a qualcuno che ogni giorno, a intervalli regolari, emerge nella mia mente il pensiero che nel corso della giornata nel mondo moriranno di fame altri ventimila bambini, certamente si potrebbe pensare si tratti di una vera e propria ossessione.
In realtà non lo è, perché vivo il fenomeno nella massima naturalezza.
Penso sia giusto ricordare senza scampo una vicenda senza scampo.
Cerco di comunicare la notizia ai miei simili, aggiungendo la mia ferma incredulità per l’ipotesi che non ci sia niente da fare, sostituendola con la certezza che queste innumerevoli morti di innocenti rientrino nella logica di sopravvivenza di chi di fatto decide sui destini del mondo.
Ma la sensazione è che notizie così clamorose e forsennate non lascino traccia nella memoria etica dei più, come se si trattasse di ultrasuoni della ferocia, inudibili da ascolti addestrati alla menzogna.
“Gli adulti li ho sempre visti così nella mia infanzia, sinceri nell’obbligo quotidiano alla menzogna.”




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2 marzo 2005

VINCERE LE ELEZIONI

La sensazione più recente che ho registrato in me si basa sulla certezza che gli uomini politici, anzi, meglio detto, i politicanti di questo Paese abbiano scoperto una sorta di grimaldello, per forzare il cuore degli elettori.
Hanno scoperto cioè che, dal punto di vista dell’adesione elettorale, la realtà non deve necessariamente corrispondere alle parole. Insomma, si può dire qualsiasi cosa, magnifica se si parla di sé, orrenda se deve descrivere l’avversario e, a seconda dell’intensità espressiva, il messaggio potrà catturare vaste zone dell’elettorato.
In sostanza, data la fragilità critica di persone sottoposte al giogo quotidiano del lavoro, dei debiti, delle difficoltà esistenziali di ogni genere, è come se i leader politici alla fine eleggessero se stessi, spalmando la loro vanità sugli sguardi asciutti e spesso smarriti di chi li ascolta, porgendo un temporaneo refrigerio alla disperazione, con speranze attraenti, anche se irrealizzabili, seducendo cuori esausti, con eleganti promesse di benefici e di rinnovamenti.
In questo senso nessuno vincerà le elezioni, dato il vuoto che si avverte nei discorsi dei comizianti, ma o questa o quella fazione, beneficerà della sconfitta dell’altra.
La soglia del potere, dunque, sarà ancora una volta varcata dai meno sconfitti.
La vittoria è ben altra cosa.




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9 febbraio 2005

ELEZIONI, ELETTORATO ED ELEGGIBILI

La grande festosità con cui sono state accolte le elezioni in Iraq, mi offre uno spunto di riflessione sul meccanismo elettorale che premia, come sempre, solo i più potenti.
In Italia il diritto di voto c’è, ma manca il diritto alla coscienza del voto, del come si vota, del perchè si vota e soprattutto del per chi alla fine si vota.
A parte che ogni volta che un referendum tocca veramente l’interesse dei potenti, il suo risultato viene spazzato via, come è stato per il referendum sul finanziamento dei partiti, negato dalla maggioranza degli elettori e riaffermato dalle minoranze di potere.
Perfino i deputati in questa democrazia non hanno il diritto di voto, ma debbono adeguarsi rigorosamente alle decisioni collegiali del partito nel quale militano.
Tuttavia, quando il deputato deve votare sì, mentre la sua coscienza individuale e politica direbbe no, gli appare nella mente la busta gialla che alla fine del mese andrà a ritirare contenente uno stipendio che oscilla, tra un privilegio e l’altro, dai quindici ai venticinquemila Euro.




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25 gennaio 2005

LA NAUSEA

Ogni giorno, goccia a goccia, i telegiornali informano della morte di questo o di quello, come se ciò facesse parte delle dinamiche naturali.
Pur di trasformare anche la morte in un evento insignificante e sottinteso gli esseri umani vengono costretti a nascondersi in una divisa e allora, quando la loro morte violenta viene annunciata, il pensiero dominante è “sì, è morto, ma era un soldato” e così l’involucro soldato porta con sé nella morte anche un essere umano con tutta la sua immensità e unicità, ma il fatto, dato che i soldati è giusto che combattano e sanno bene che possono morire, non suscita alcuna attenzione.
Frettolosamente si è chiusa anche la pagina sugli italiani morti in estremo oriente, come si è cercato con tutti i mezzi di non far attecchire la domanda “Ma visto che l’onda ha impiegato oltre due ore prima di esprimere la propria distruttività, perché nessun apparato ha inviato messaggi del tipo - EMERGENZA. NON CHIEDETECI PERCHE’, LO CAPIRETE FRA POCO. STA ARRIVANDO UNA GIGANTESCA ONDA OMICIDA, AVETE UN PAIO D’ORE DI TEMPO PER ALLONTANARVI DALLE RIVE, BASTA UN PAIO DI CHILOMETRI. NON CERCATE DI PORTARE CON VOI ALTRO CHE LA VITA. ALLONTANATEVI SUBITO.”
Perché?
Perché è meglio la vita di un soldato e non quella di due operai italiani morti ammazzati da un treno deragliato in svizzera nello stesso giorno?
Perché ogni giorno muoiono persone e nessuno se ne accorge? 
Perché noi cittadini siamo sempre di serie alfabetica dove chi sta alla lettera A sopravvive e chi sta verso la Z è obbligato a pregare?
Punti di domanda, bastano quelli a provare un forte senso di vomito.




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19 gennaio 2005

FELICITA' MADE IN ITALY

Domenica blocco della circolazione.
Beatitudine degli esseri pensanti.
Girando per XXX in bicicletta vedo una città diversa, frotte di bambini in corsa circolano liberamente e l’assenza delle automobili cancella la follia degli altri giorni.
Sembra quasi che la città si sia lavata il viso e ospiti solo la luce del sole, capace di rinnovare i percorsi e di sollevare gli animi.
Non ho il tempo sufficiente per dare spazio alla mia commozione perché strombazzando arrivano frotte di automobili riportando l’incubo quotidiano nella sua sede naturale.
Chiedo spiegazioni a un vigile urbano e lui mi informa che quelli non rientrano nel blocco delle auto perché vanno alla partita di calcio.
Quel breve sentimento paradisiaco è durato troppo poco, tutto rientra nelle logiche di una follia di potere, che non può certo rinunciare a inebetire migliaia di esseri umani con il tifo calcistico.
Sembra quasi che una voce invisibile stia sussurrando a un interlocutore altrettanto invisibile “Ti immagini se la gente scopre l’estasi dell’incontro, del passeggiare senza timore nelle strade riconquistate dagli esseri umani e sottratte allo scempio delle automobili?”
Risposta “Certo sarebbe stata una follia sospendere il calcio per una domenica, a favore della scoperta di altre forme meno dementi di felicità.”




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18 gennaio 2005

SBOCCHI

Questa si che è trasparenza (ed io mi indigno):

Sono stati segnalati da più parti nei giorni scorsi consistenti dubbi sul nuovo numero di telefono dell'assistenza clienti Trenitalia, indicato erroneamente come numero verde da numerosi quotidiani nazionali.
Le ex Ferrovie dello Stato hanno deciso di utilizzare per il proprio servizio clienti un numero 892 raggiungibile solo dall'Italia e solo da telefono fisso. Chiamare l'892.021 (pubblicizzato da Trenitalia come 89.20.21) non è affatto gratuito ma costa 0,54 Euro/min. più uno scatto alla risposta di 0,30 Euro.  Lasciando agli utenti decidere se la scelta di un 892 sia discutibile o meno, così come la pubblicazione del numero in formato 89.20.21, è importante segnalare che il numero non è un numero verde gratuito. Più in generale, le nuove numerazioni a valore aggiunto che stanno sostituendo 899 e 709, sono spesso pubblicizzate come 89.xx.xx e non come 892.xxx per non destare sospetti in chi chiama.
E' fondamentale che il cliente abbia sempre chiara la struttura tariffaria e decida, in totale autonomia, se fruire o meno del servizio. Conoscendo, in anticipo, le conseguenze in termini di costi applicati evitera' di avere brutte sorprese.

Ma brutti ladri del cazzo, fornite un servizio più che scadente e ricaricate gli utenti a caro prezzo, pure con la morte a volte.
Puah, mi fate sboccare.




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10 gennaio 2005

CON DUCE IN CAMPO

Giorno 6 Gennaio 2005, ore 20.30, stadio olimpico.
Da una storica sede un evento imperdibile: nuovo reality, vecchio stile.
Si contendono l'ambito premio Lazio e Roma.
Con Duce in campo, Paolo Di Canio, The Maestro.


Campione geniale, tremendamente patetico, sicuramente uno che osa, pur sbagliando tutto.
Grazie per quel gol in culo ai lupi.




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27 dicembre 2004

ONDANOMALA

Migliaia di morti. 
E ancora c'è chi si preoccupa per il vip o i vips di turno incastrati nella parte meno devastata di quelle zone, Emilio Fede included.
Ma pigliatevela tutti quanti in culo.




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1 dicembre 2004

COSE DETTE E NON

Sembra che tutti in questo Paese si rassegnino al fatto che “non ci sono soldi”.
Il governo afferma che non ci sono soldi, i comuni anche, le banche si adeguano, gli imprenditori (più correttamente definibili come dei “prenditori”) piangono la stagione della crisi, ma nessuno osa chiedere dove siano andati a finire questi benedetti soldi.
Vorrei azzardare un suggerimento “e se i costi della guerra in Iraq avessero a che fare con tutto ciò e non lo si potesse dire. In genere quando una verità evidente non viene detta da nessuno, può voler dire che “non la si può dire.”

(S.A.)




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26 novembre 2004

SULLE POLEMICHE

Ecco quello che penso sulle polemiche di questa settimana:
....
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............................
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........................................ 
PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR
Un forte e squassante peto, meglio se puzzolente.
Altro che Zyklon-B.




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26 novembre 2004

TAGLIACI

Tagliaci le tasse.
Tagliaci i capelli. 
Tagliaci le unghie.
Tagliaci il cordone ombelicale.
Tagliaci le palle.
Tagliaci la vita.
Tagliaci sta minchia che abbiamo in mezzo alle gambe.
E ricordati, signor presidente figlio di una gran troia, il taglio più importante.
Tagliati la gola.
Così poi ti appendiamo in piazzale Loreto ed i negri, di notte, ti porteranno via.
Scambiato con un DVD recorder.




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24 novembre 2004

IL RISVEGLIO DEI MORTI(DOL) VIVENTI

Dol ha risposto, ma non è che abbia fatto molto.
Unica scossa nella noiosa giornata in condominio.
Mi chiedo: se siamo la community più costosa ed irrequieta che c'è, non sarebbe meglio inviare delle fiale di valium ai diretti interessati?
Meglio delle supposte va.
Ad infilarle nel culo, siamo capaci tutti senza nessun aiuto esterno.




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24 novembre 2004

UNA STORIA COME UN'ALTRA

Storie underground-metropolitane:

Ci sono due metropolitane.
Una che viaggia dalle sette alle nove del mattino e dalle 17.30 alle 19.00 del pomeriggio, e riporta immediatamente alla memoria i carri bestiame, colmi di esseri umani, stipati l’uno contro l’altro, con, sul volto, lo stupore di trovarsi lì.
Quelli erano diretti verso i campi di sterminio, questi debbono recarsi sui “luoghi di lavoro”.
Del resto oggi come ieri “Il lavoro rende l’uomo libero.”
L’altra metropolitana, quella quasi deserta, viaggia nelle ore “non di punta”, e rimanda agli sprechi caratteristici di una società, priva di qualsiasi reale interesse nell’essere umano.
Io viaggio nelle ore dello spreco, quando è addirittura possibile passeggiare nei vari vagoni, come in un piccolo parco di acciaio, dove i tubi di appoggio ricordano gli alberi e i vetri scintillanti di luci al neon, alludono a rigagnoli o laghetti artificiali.
Proprio qualche giorno fa, in un vagone deserto, ha fatto il suo ingresso una donna piccola, grassoccia e sorridente.
Spingeva a fatica una sedia a rotelle, sulla quale giaceva immobile un anziano, col viso nascosto da due grandi occhiali a lenti scure.
L’anziano sembrava una statua di gesso, prigioniero com’era di una immobilità innaturale.
Forse perché mi ero seduto vicino alla piazzola di uscita, la donna, dopo aver parcheggiato la sedia a rotelle, legandola con una specie di cintura al palo centrale, si è messa accanto a me e, fissandomi negli occhi, con un sorriso sudamericano, mi ha gridato, come se fosse un rimprovero, “Vaticano. Papa. San Pietro.”
Io ho guardato la tabella delle fermate e, aiutandomi con la mano destra, ho sillabato anch’io gridando, per coprire il fracasso della metropolitana, “Quarta fermata, scendo anch’io.”
Intanto era salita una ragazzina con in mano un grande cartello sul quale era scritto tutto quello che la ragazza, sempre quasi urlando, ha frettolosamente comunicato a me e alla sudamericana.
“Sono di Bosnia, orfana di padre, madre, morti nonni e fratelli. Ho fame e non ho casa.”
Prima ancora che parlasse, le ho porto una moneta e la ragazza è scesa dal vagone vuoto, stizzita per lo scarso bottino.
“Se esce a Vaticano, lei aiuta me?”
Ha chiesto minacciosamente la sudamericana indicandomi il vecchio.
Arrivati alla stazione siamo scesi e ho sollevato la mia parte di sedia a rotelle fino all’uscita.
Solo due rampe di scale per fortuna.
L’uomo continuava a rimanere immobile e a dare l’impressione di essere scolpito nel marmo.
Ed ecco la rivelazione, in segno di gratitudine.
La donna, prima di perdersi nella folla diretta a San Pietro, mi sussurra il suo segreto.
Alza gli occhiali scuri, rivelando i due occhi spenti del vecchio.
“Siamo di Bolivia. Lui è il militare che ha sparato a Che Guevara.
Il Che, prima di morire gli ha detto “Stai per uccidere un uomo.”

(S.A.)




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20 novembre 2004

CONTATORI DI MERDA

I contatori del cannocchiale danno letteralmente i numeri.
Cara DOL, cari amministratori, dove minchia siete?
Il mio SHINYSTAT (che potete vedere tutti) e l'ADDFREESTAT (che posso vedere solo io) sembrano essere regolari, la stessa cosa non si può dire per quello inegrato nel blog, che abbia ragione il PIRATA?
Forse non se ne sarà accorto nessuno, ma si sa, il sabato del villaggio è il sbato del villaggio.
Meglio che me ne vada a cagare che lo stronzo chiama.




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19 novembre 2004

S-TI-CAZZI

E' finita casacannocchio.
Finirà anche l'epopea nepotista degli Oscan.
Passerà nel dimenticatoio pure la geniale idea del PIRATA.
Attendo fiducioso altre iniziative per scoglionarmi sempre più.
<




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18 novembre 2004

FINI IL CAMALEONTE

Mamma com'è giallo in faccia...

E' solo un travaso di bile?!?
Sta mutando da nero a rosso?!?
Oppure un principio di epatite?!?
Lo dicevo qua
che a lui interessava solo la scioppa...




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16 novembre 2004

LA MAGGIORANZA VINCE

Il mondo si è assestato sulla nuova farsa democratica collegata al dictat de “la maggioranza vince”, che io ritengo, nella maggioranza dei casi, una forma massiccia e spietata di violenza.
E’ ovviamente un parametro che si riferisce alla logica guerresca, nella cui struttura di violenza, ovviamente, la maggioranza vince.
Cento guerrieri contro dieci.
Vittoria sicura, indipendentemente dalla causa giusta o ingiusta dell’evento.
Così il sospettabile meccanismo elettorale, ha riportato Bush sul trono del potere mondiale.
E allora tutte le decisioni che fingerà di prendere (e solo il cielo sa da dove invece verranno) le prenderà in nome della maggioranza che lo ha eletto.
Ma chi è questa maggioranza, forse quella che un tempo si chiamava “la maggioranza silenziosa”?
Ovvero tutti coloro che, con la secolare divisa del conformismo più reazionario, procedono verso la negazione di sé in forma di “rispetto per i valori tradizionali” ovviamente stabiliti a suo tempo dal “principe”, ovviamente a proprio favore.

(S.A)




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15 novembre 2004

BIGOTTISMI

Secondo il MOIGE, una bestemmia ascoltata gratis sulla tivvù pubblica è molto peggio che una sentita a pagamento su di una pay-tv.
L'unica differenza, a mio modo di vedere la cosa, sono i soldoni sborsati da chi vuole sentirla.
Xio becero.




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11 novembre 2004

LA MORTE VIENE

Israeliani o Palestinesi, è solo una questione di parte, ma una volta morti, la vostra terra, vi riserverà lo stesso trattamento.
Vermi, batteri, decomposizione.
Finalmente uniti dalla falce micidiale della morte.




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10 novembre 2004

VITA DI MERDA? DIPENDE...

Mi chiedo sempre più frequentemente come possa accadere che temi prioritari e di evidente ingiustizia vengano sepolti nell’oblio del quotidiano, come ad esempio accade alla maggioranza degli esseri umani.
Dimenticano di lavorare otto ore al giorno e oltre, senza mai poter gustare l’emozione di vivere un tempo diverso, con i propri cari, i figli, gli amici, gli amori, costretti come sono a dedicare al lavoro e cioè alla sopravvivenza l’intero arco della giornata.
Dimenticano di chiedersi perché ciò accade?
Dimenticano di fare i conti, di analizzare l’attuale organizzazione del lavoro.
Che fare?
Andarsene tutti in Kirghisia, dove l’essere umano è al centro di ogni interesse e non, come qui da noi, il PIL?
Non è una proposta realistica, immaginare che sei miliardi di esseri attualmente viventi sul pianeta se ne vadano in Kirghisia.
E allora?
Portare l’esperienza della Kirghisia ovunque?
Certo.

(S.A.)




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5 novembre 2004

IL CINICO OCCIDENTALE

Il porco è morto, ma non è certo carne Kosher.
Meglio lasciarlo ai vermi della terra santa che darlo in pasto ai cani.
Arafat, premio nobel per la pace, terrorista ed inguaribile sognatore.
Seppellitelo dove il fido Sharon (nel senso cagnesco del termine) potrà presto raggiungerlo.
Sarebbe bello rivederli vicini, nella stessa loro terra, divorati dai vermi e nell'eterna pace dello spirito.
Se ne andranno.
Verranno sostituiti.
Altri fantocci sono pronti.
Alla fine cambierà ben poco.




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3 novembre 2004

PENSIERO SULLA NUOVA COSTITUZIONE EUROPEA

Insiste, la signora Lucia, vedova senza figli, a tener aperta la sua “Casa del bottone”, dove si possono trovare tutte le specie di bottoni e di aghi e di filati per rammendo.
“Figlio mio, ormai ho settantacinque anni. Con la pensione posso sfamare il gatto o poco più. Che faccio, mi metto in cerca di un lavoro?”.
Solo che nessuno ha più bisogno di bottoni, dato che sulle bancarelle, proprio di fronte al negozietto della signora Lucia si possono acquistare giacche e camicie a un prezzo perfino inferiore a quello di un bottone di marca.
Ma la piccola bottega è sempre colma di gente, un vero via vai.
La signora Lucia, a tempo perso, fa la guaritrice e l’astrologa.
Non si limita a predire il destino di questo o quel cliente, spesso si esprime su eventi planetari.
Il culmine della fama, l’ha raggiunto quando il fioraio, vedendola seduta fuori dalla bottega, una quindicina di anni fa, le ha lanciato la sfida.
“Lucia, tornerà la guerra?”.
“Tornerà e verrà dall’America.”
“Contro chi?” Le ha gridato il ragazzo portando la sfida oltre ogni limite.
E lei tranquilla.
“Dall’Iraqque.”
Quando, dopo poco, Sadam Hussein ha invaso il Kuwait, il flusso dei postulanti, s’intende, qualche a volta, a pagamento, è aumentato oltremisura.
Il fioraio ha smesso la sua aria strafottente e raccontando a tutti che Lucia aveva predetto la guerra ha proposto una colletta per comprarle tutti i bottoni in una sola volta, ma Lucia ha scosso il capo mormorando “E dopo cosa faccio? Poi sono affezionata. No, no, grazie.”
Io rimango delle mezze giornate nella piccola bottega e vedo sfilare una umanità dolente. Chi chiede i numeri del lotto, chi piangendo vuole soccorso per la bambina leucemica, chi ha perso quel poco che aveva per tasse non pagate ma ingiuste, perfino un prete è entrato un giorno e ha chiesto se il Papa sarebbe morto entro il duemila o avrebbe avuto la forza di affrontare il via vai dei pellegrini durante l’anno Santo.
“Il Papa non morirà, ma s’incurverà.”
Ha risposto la signora Lucia e il prete, soddisfatto ha messo sul banco un biglietto da cinque Euro e un santino.
Non ho mai chiesto niente alla signora Lucia, ma due giorni fa, approfittando dell’orario di chiusura, col negozietto deserto sono entrato e le ho detto.
“Domani vengono a Roma i potenti a firmare la costituzione dell’Europa.”
E la signora Lucia ravviandosi una ciocca di capelli “Certo è importante, ma firmare ci vuol poco, è a rispettarla che nessuno ci riesce. A noi danno le parole e loro si tengono i soldi. Guarda le pensioni, guarda la gente che s’ammazza per trovar lavoro e la pagano sempre meno e appena campa.
Fammi chiudere va, che un altro giorno è passato.
A questi che firmano farei fare almeno un giorno la vita che fa la gente.
Forse allora…”

(S.A.)




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3 novembre 2004

+ ELEZIONI AMERICANE: CHISSENEFOTTE +

Vorrei capire perché il mondo debba trepidare per chi verrà eletto negli Stati Uniti.
La politica degli Stati Uniti, come del resto quella degli altri Paesi, non dipende infatti dai governi ma direttamente dai poteri nascosti e “inconfutabili” che comunque gestiscono i destini del mondo.
I governanti infatti possono tutt’al più influire sullo stile, ma non certo sulla sostanza.
Così come l’addetto alla ghigliottina o alla forca può essere brutale o gentile, ma l’effetto non si modifica.
I governanti infatti mi fanno pensare a quei bambini che “guidano” l’automobile con un volante a ventosa e ogni tanto il padre (cioè chi guida veramente) per compiacere l’ignaro bambino se lo vedono curvare a destra, girano a destra. E’ lì che il finto guidatore matura la certezza di essere il vero conduttore.
E l’elettore?
Per ora non è che un pedone.
Sacrificabile.
In sintonia con tutte le scacchiere del mondo.




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28 ottobre 2004

IL DUCE BUONO

Ieri, verso l’una e mezza di notte, mi ha svegliato il suono prolungato del campanello.
Ho aperto la porta. Davanti a me c’era il novantacinquenne coinquilino del quarto piano. Era in pigiama e aveva una spessa coperta intorno alle spalle.
“Non ce la faccio a dormire. Scusami ma sei l’unico che mi può capire.
Ho visto una cosa terribile alla televisione. Fammi riprender fiato.”
Aveva gli occhi luccicanti e le guance umide di lacrime.
L’ho fatto entrare e si è accomodato sul divano, lasciando emergere alla luce il viso stravolto.
“Per tutta la serata hanno fatto la storia privata del Duce e sembrava che parlassero di un brav’uomo, affettuoso e gentile con i figli maschi e sottomesso per amore alla figlia femmina. Fine musicista.
La trasmissione sosteneva che Mussolini avrebbe detto “Sono riuscito a piegare l’Italia, non riuscirò mai a piegare mia figlia.”
Volevo rompere il televisore, tutte le volte che il presentatore appariva col suo sorriso servile a completare il quadretto del Duce buono e gentile.”
“Beh, non è poi così terribile, visto che al governo ci sono dei nostalgici, forse perfino i simpatizzanti di quel periodo.”
“Tu non sai che nel 1929 avevo 21 anni e mi hanno arruolato per la campagna di Libia. Costringevano noi soldati a radunare donne, bambini, vecchi e animali al centro dei villaggi e ucciderli bruciandoli con i lanciafiamme e le armi da fuoco. Comandava il generale Graziani che i libici avevano soprannominato “il macellaio”.
Poi è venuto anche lui, il Duce, a complimentarsi per il buon lavoro fatto dal “macellaio”.Tornato in Italia sono stato cinque anni in manicomio.
Non riuscivo a dormire per quello che ero stato costretto a fare e che avevo visto.”
Il mio coinquilino a questo punto si è abbandonato a un silenzio abissale, tanto che ho pensato si fosse addormentato.
“Dieci anni dopo mi hanno richiamato e mi sono ritrovato nei Balcani. Avrebbe dovuto esserci il presentatore della trasmissione di stasera sul duce buono nel Montenegro ad ascoltare Mussolini che parlava ai soldati.
Chissà se quei discorsi li conosce, il Vicepresidente del Consiglio.
Forse per questo ha detto “il fascismo è stato il male assoluto”.
Lo sai cosa ha detto il duce in Montenegro?”
Cerco di distrarlo dalle sue ossessioni.
“Vuoi un bicchier d’acqua?”
“Eh, magari fra un po’. Ti dispiace se mi distendo un attimo?”
Il novantacinquenne si accoccola sul divano. Poi d’improvviso alza il capo. Sai cosa ha detto il Duce a noi soldati?
“Ho sentito dire che in Italia siete tutti dei buoni papa’, dei bravi mariti. Questo va bene a casa ma non qui, qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini, stupratori.”
Gli occhi gli si chiudono, non capisco se per nascondere le lacrime o per un sonno definitivo.
L’ho coperto con tenerezza.
Ha dormito da me.

(S.A.) 




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11 ottobre 2004

TERRORISMO PSICOLOGICO

Il termine Mobbing, inglese, letteralmente indica "l'assalto di un gruppo ad un individuo"; per gli studiosi del comportamento animale è "l'esclusione di un individuo dal suo branco"; in medicina del lavoro indica una violenza psicologica, talvolta anche fisica, perpetrata sul posto di lavoro che a poco a poco diventa insopportabile: si comincia con un saluto negato, battute che sono insulti, scherzi troppo pesanti, i colleghi ti ignorano o ti guardano male, i capi sono insoddisfatti, il lavoro non gira, l'ansia di sbagliare fa' sbagliare di più, l'insofferenza rende improduttivi ed insopportabili. Si arriva in ufficio con l'aria cupa, lo stomaco contratto il mal di testa, si esce poi nervosi e si perde il sonno.
Insomma, il Mobbing è una forma di terrore psicologico che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti da parte dei colleghi o dei datori di lavoro per eliminare una persona che è o è divenuta scomoda, distruggendola psicologicamente e socialmente, in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni senza che ci sia un caso sindacale: esistono vere e proprie strategie aziendali messe in atto a questo scopo.
Altre forme che il Mobbing può assumere vanno dalla semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze, dalle continue critiche alla sistematica persecuzione, dall'assegnazione di compiti dequalificanti alla compromissione dell'immagine sociale nei confronti dei clienti e superiori; nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio del lavoro e ad azioni illegali.
Il Mobbing ha conseguenze di portata enorme: causa problemi psicologici alla vittima che accusa disturbi psicosomatici e depressione, ma anche danneggia sensibilmente l'azienda stessa che nota un calo significativo della produttività nei reparti in cui qualcuno è "mobbizzato" dai colleghi.




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6 ottobre 2004

IL MINISTRO DEI BUONI PASTO

Sempre e solo per riflettere, se ne avete il coraggio.

Un ministro della Repubblica ha invitato gli anziani che soffrono di solitudine, scarsa tenerezza ed emarginazione, a recarsi nei supermercati.
Non chiederò alla mia intelligenza di aiutarmi a capire cosa intendesse esattamente il ministro con una tale proposta, ma di fatto mi ha talmente incuriosito che ho trascorso la mattinata in un supermercato.
Mi aspettavo, entrando, di vedere un assembramento di alcune centinaia di anziani, immobili, pigiati l’uno accanto all’altro, per decreto ministeriale, intenti a trovare consolazione alla vista delle centinaia di prodotti esposti, per loro spesso accessibili solo allo sguardo. 
La cosa avrebbe forse fatto felice il ministro, ma non aveva riscontro nella realtà.
Solo qualche anziano, frettoloso, intento a scegliere i pochi prodotti di quotidiana necessità.
C’era invece una bambina down, che saltellava da scaffale a scaffale, seguita a poca distanza dal padre.
“Compra questo e questo e quest’altro.” Gridava la ragazzina.
“A sentir te dovrei comprare tutto quello che è esposto nel super-mercato.”
“Che ci posso fare se mi piace, queste cose a me piacciono, che ci posso fare?”
Mi tornava alla mente nostra madre quando ci portava tutti e sei in pasticceria e comprava una pasta, poi la divideva in fettine e ci imboccava, uno per uno, e noi bambini eravamo esaltati dall’intensità del dolce che si scioglieva in bocca.
Un mio fratellino redarguiva la mamma e le diceva “Ma perché dividi una pasta? Guarda quante ce ne sono, con la crema, senza crema…”
Mio fratello non capiva, proprio come la bambina down, che la parata dei beni di consumo è protetta dai prezzi e resa spesso inaccessibile dai costi.
Mi distrae dall’innocenza e dal balletto della bambina che vorrebbe comprare tutto, l’ingresso di un personaggio politico d’elevato prestigio, noto come persona sommersa dalle ricchezze e dai privilegi.
La moglie spinge un carrello che ben presto si riempie d’ogni bene. L’importante uomo politico passeggia a poca distanza da lei con l’aria fiera di chi “sa di potere”.
Quando la moglie arriva alla cassa, l’importante uomo pubblico estrae un pacchetto di “buoni pasto”, certamente offerti da qualche importante azienda della capitale, e paga con quelli.
Intanto entra chiassosa una ragazza intenta a parlare tra sé e sé.
Il suo monologo ogni poco si trasfigura in un canto.
I lavoranti la salutano. “Ciao Dirce, ben tornata, dove sei stata tutto questo tempo?”
“In manicomio.” Urla con grazia la ragazza.
“Ma se il manicomio non c’è più.”
“C’è, c’è, faccio le pulizie in una banca e lì, in tante gabbiette, stanno rinchiuse decine di persone tutto il giorno, per tutta la vita! Più matti di così…”
Un’anziana si è smarrita tra gli scaffali del supermercato e il direttore la accompagna gentilmente all’uscita.
“Qui si viene per comprare, se vuole passeggiare vada al parco.”
L’importante uomo politico sembra contrariato.
Che sia lui il Ministro che suggeriva agli anziani di trascorrere le giornate di solitudine nei supermercati?

(S.A.)




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30 settembre 2004

ACQUA AZZURRA

La nostra gialla pipì è più pulita dell'acqua keniota ed africana in genere, riprendendo uno spot tivvu visto non so dove. Almeno non rischiate di prendervi il colera o qualche altra malattie tipica di quei posti.
Allertate Pannella, la c'è un business adatto a lui.




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29 settembre 2004

OCCIDENTALISMI, SOLO PER RIFLETTERE

Vicino agli spalti di Castel S.Angelo un bambino di forse tre anni, semidisteso sul prato centrale, è intento a esaminare il contenitore di un nastro video.
Gioca fingendo che la cassetta sia un’auto o un cavallo o chissà quale altra raffigurazione.
L’esterno della scatola di plastica è consunto e una grossa crepa attraversa la parte frontale.
Ho miracolosamente in tasca una biglia di vetro con striature colorate. La offro al bambino e lui butta la scatola del nastro video e incomincia a giocare beato con la mia biglia.
Proprio in quel momento la madre, seduta su una panchina, lo chiama a sé, lo prende in braccio e si allontana.
Ora mi è facile raccogliere il nastro abbandonato dal bambino sul prato.
A casa apro la custodia. Tolgo il più possibile la polvere e inserisco il nastro nel videoregistratore. Sulla targhetta alcuni codici cifrati, lettere e numeri.
Forse si tratta di qualche film raro.
Mi incuriosisce sempre qualsiasi film.
Purtroppo l’umidità ha cancellato le immagini ma si sente chiaramente un dialogo tra persone che parlano inglese con vari accenti.
Si direbbe una riunione ad alto livello.
Trascrivo le frasi che mi hanno più colpito.
“Come facciamo a tenere ancora sottomesse gigantesche masse di individui?”
“Come sempre convinciamoli a lavorare sei otto o dieci ore al giorno e non avranno tempo neppure di riflettere?”
“E nel tempo libero?” Chiede allarmata una voce di donna.
“Calcio o rugby o film di evasione o, perché no, un aiuto possiamo averlo dalle religioni.”
“E’ comunque necessario che i giornali diffondano sempre una condizione di crisi. Il senso della crisi è potente per domare qualsiasi velleità.”
“Anche i comunicati televisivi devono diffondere notizie il più possibile sciagurate e agghiaccianti, in modo che la gente si convinca che il proprio stato di infelicità è minimo rispetto a ciò che accade nel mondo.”
“Ma come facciamo a farli lavorare, se le nuove tecnologie tendono a liberarli dal lavoro.”
“Ci sono infiniti lavori che possiamo inventare. Ricordate quando abbiamo dovuto mettere i comandi finti alle prime catene produttive automatiche, altrimenti i pochi tecnici che ci lavoravano impazzivano? I nostri esperti inventeranno occupazioni inessenziali. Ma dobbiamo creare l’ossessione del lavoro, in modo che chi non ce l’ha soffra finchè non ne ottiene uno, e chi ha un lavoro sia inquieto temendo di perderlo.”
“Signori, nella prossima seduta ci occuperemo della sparizione dei paesi del socialismo reale. Questo evento ci ha privato di un nemico e conseguentemente non avendo nemici il nostro commercio di armi tende a calare e forse perfino a estinguersi.”
“Abbiamo a questo proposito un’ottima idea. 
Parola magica “terrorismo”.
Incrementare e diffondere il terrorismo in ogni Nazione del pianeta, così ogni nazione, per difendersi, acquisterà le nostre armi.”
A questo punto mi sono molto spaventato e, pur essendo notte fonda sono tornato al prato di Castel S.Angelo, dove ho abbandonato la cassetta.
La pioggia penserà al resto.

(S.A.)




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28 settembre 2004

[REPLICA] LAVORO ED IO... LAVORO IO

Vorrei che il nuovo anno ci portasse a “lavorare per vivere” piuttosto che a “vivere per lavorare”. I disagi e le tragedie della disoccupazione sono noti, non altrettanto quelli del troppo lavoro. Intendo quel tipo di lavoro che, per cause diverse, ci porta a spendere tempo, energia, intelligenza ed emozioni esclusivamente per lui, che si crede il vero padrone delle nostre vite, il burattinaio del suo esclusivo spettacolo. Lui che ci fa tornare a casa esausti ed incapaci di “vedere” gli altri, desiderosi soltanto di dare pace al proprio io con il sonno o con qualcos’altro capace di far staccare la spina al proprio cervello. A causa di un lavoro così organizzato – a volte affascinante presagio di ricchezza e fama, altre volte soltanto mezzo di sussistenza – le relazioni umane si assottigliano per mancanza di tempo e di intensità.
I giovani sposi non riescono a stare insieme, stremati o addirittura separati (altra città, altro paese, altro continente) dal lavoro che è diventato il nuovo radicale metodo anticoncezionale; marito e moglie si vedono si e no, durante il week-end;  i figli vengono organizzati in modo da non far pesare su mamma e papà la loro inesauribile energia; i fidanzati desiderosi di vivere il loro Amore sono costretti a sopprimere il loro naturale istinto a condividere ogni emozione, i vecchi genitori si sistemano in qualche apposita “struttura” (tipo una villa arzilla o similare); i parenti sono un genere estinto e gli amici oggetti misteriosi.
Le relazioni umane significative, quelle che chiedono e danno Amore, sono “cose” (termine utilizzato molto spesso dai datori di lavoro) che non si “fanno” in fretta, tagliando i tempi e accelerando i ritmi. Sono cose che hanno bisogno della dimensione dell’attesa, della gratuità, della confidenza. Di tempo quindi, e anche della consapevolezza che sono ciò che da senso alla nostra vita e che pertanto vanno collocate al primo posto nella scala dei nostri obiettivi. La tendenza – spesso inconsapevole – è invece quella di lasciarsi trasportare, come da una ineluttabile corrente, da una cultura del fare che ci sta amputando l’essere.
Non bisogna avere il pallino della fantascienza per intravedere, in una prospettiva vicina, una mutazione genetica dell’essere umano verso la macchina (Matrix esiste già e noi siamo le pedine della sua scacchiera). L’attività frenetica, imposta, sostanzia e inquina le nostre giornate: per produrre e comunque per fare, per muoversi, per occupare un tempo di cui ci sfugge il senso e che – da solo – ci fa paura. Una paura fottuta.
Questo modo di vivere è nemico dei rapporti umani: quelli che servono a star bene, ad essere felici, a gustare la vita e che, per quanto non esenti dalle difficoltà, si distinguono proprio per la gratuità e per il piacere. Per essere dono e non solo utilità.
La soluzione? E’ semplice ma tremendamente difficile. Si tratta di rimettere il lavoro al suo posto: attività espressiva della personalità umana, mezzo di sostentamento, e modo per cooperare con gli altri a costruire condizioni di vita migliori per tutti. Ma la qualità della vita si misura soprattutto, per non dire esclusivamente, dalla capacità/possibilità di avere relazioni affettive significative, ovvero dal fatto di Amare ed essere Amati.
E allora bisognerà imparare a lottare per difendere gli spazi e i tempi dell’Amore, quello vero che riprova per le persone care, i genitori, gli affetti più intimi, le proprie amicizie. Non tutti abbiamo la stoffa del rivoluzionario, ma tutti possiamo arrivare a piccole azioni belliche, come dichiarare con orgoglio che l’uscita anticipata per andare alla recita di nostro figlio o a preparare la torta di compleanno per il marito. O ancora non avendo crisi di coscienza solo perché si ha la necessità costante di passare del tempo dedicandolo semplicemente a noi stessi. A non vergognarci più delle esigenze della casa e della famiglia, come se fossero affari irrilevanti, solo perché privati.
La libertà di un individuo, sia esso uomo o donna, dovrebbe venire prima degli interessi di pochi. Interessi, i loro, che non necessariamente devono coincidere coi nostri, cosa che invece ci viene imposta in più di un modo.
Ne va del nostro stesso lavoro. E cosa più importante ne va del nostro io.

P.S. E' una replica, ma mai cosi attuale per me.




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