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24 maggio 2011

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Ma tu, non ti ricordi di ken saro wiwa?




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29 ottobre 2007

SEI BELLISSIMO

Sta meglio Silvio Berlusconi, che si era barricato nello spogliatoio del Milan dopo la sconfitta con la Roma: è arrivato Renato Zero e lo ha convinto a uscire.

(citando persone, non ho più tempo di pensare)


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16 ottobre 2007

LA CRISI

Sai come funziona la medicina in Cina?
Quattro volte all'anno tutta la famiglia va dal medico. E lui li cura. Vale a dire: cerca nelle persone in buona salute i punti deboli che potrebbero diventare poi delle malattie. Gli fa un po' d'agopuntura, gli da delle erbe, corregge la dieta, riequilibra l'organismo. Poi lo pagano e se ne vanno.
Per loro questa è medicina: impedire che uno si ammali. Invece, se qualcuno si ammala, allora è il medico che va da lui per curarlo, e per quella visita non viene pagato. Perché non è medicina per loro. Per loro curare la malattia quando c'è già è come mettersi a fabbricare armi subito dopo aver dichiarato guerra oppure scavare un pozzo quando si ha sete: bisognava pensarci prima.
Perciò al medico cinese conviene che la gente stia bene, perché sono quelli che stanno bene che pagano. Gli ammalati gli portano via tempo senza farlo guadagnare, e se ha troppi ammalati il medico va in rovina. E poi la gente dice: "Ha troppi ammalati, non è bravo, non ci andiamo". Qui è il contrario: più ammalati uno ha e più viene rispettato e più guadagna.


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1 settembre 2005

PAGANO

Dee -sì? cosa c'è? cosa vuole? puah-
Datemi delle idee -ooooh-
Dei, mayday.
Idoli, datemi degli stimoli
perché non ne ho più.

Ecco quegli stimoli che tu ci chiedevi,
tu che lamentavi un buco nel culto
ricevi in omaggio un rarissimo bootleg
di Cesare che ti insegna a costruire un ponte.
 

RATIONEM PONTIS HANC INSTITVIT. TIGNA BINA
SESQVIPEDALIA. PAVLVM AB IMO PRAEACVTA
DIMENSA AD ALTITVDINEM FLVMINIS INTERVALLO
PEDVM DVORUM INTER SE IVNGEBAT.




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18 luglio 2005

ITALIA

Che ho trovato in Italia? Si arroganza
Astuzia, povertà, gran complimenti,
Poca bontà: molti tentennamenti,
Commedie piene di stravaganza
Che per gli inquisitori è religione
E che noi chiameremo una follia.
La natura abbondante e solatia
Ci prova ad arricchir quella regione
Ma le mani rapaci di quei preti
Beccano ogni regalo naturale.
Oziano i monsignori in Quirinale
Deserto di filosofi e poeti.
I poveri son sempre soggiogati.
Osservano il digiuno ed un forzato
Voto di povertà mai pronunciato.
Pregano: tanto son disoccupati.
Il papa benedice e il suo sorriso
Illumina il paese sfortunato
Da questi miserabili abitato
Che sembrano dannati in paradiso.

Anonimo inglese, giunta a noi per mano di Voltaire




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15 luglio 2005

LA RADURA INCANTATA

Semplici parole da un amico che non conosco:

Non è sufficiente attraversare la Calabria per scoprire come cambiare il mondo.
Tuttavia un importante suggerimento può venire anche dalla Sila, in prossimità di un lago.
D’improvviso in una vegetazione brulla, frutto di incendi tattici, attizzati ogni estate da mani ignote, appare un bosco magnifico, ricco di ogni varietà di alberi. Uno spettacolo straordinario di colori e di frescura, che le ombre dense della vegetazione procurano.
Un paradiso terrestre. E magari, inoltrandosi, si sbocca in una radura nella quale sorge una piccola casa di sapore fiabesco, dove ogni proporzione ha una sua grazia.
Poi, su una sedia a dondolo, si nota un vecchietto, dall’aria serena, il cui sguardo scintillante invita al dialogo.
“Me l’hanno lasciata gli americani” dice indicando la magnifica sedia a dondolo “era del generale Patton, la voleva sempre con sé. Poi la battaglia li ha fatti partire di fretta e è rimasta a me.”
“Abiti qui da molti anni?”
“Da quando ne avevo 25. Mi sono laureato in fisica alla normale di Pisa, poi ho capito subito che gli esseri umani sono costretti a vivere male, lavorando tutta la giornata e per tutta la vita, per quei quattro soldi necessari a campare.
Sono passato per caso da queste zone deserte e ho deciso di vivere qui, pescando e pensando.”
“Sei stato fortunato a trovare un bosco magnifico e questa radura incantata.”
Il vecchietto si scuote in una risata gentile, riprende fiato e si sporge dalla sedia.
“Non c’era nulla qui, quando sono arrivato io.
Ma sin dal primo giorno, qualsiasi frutto mangiassi, invece di buttare i semi, li ho sepolti con cura nella terra. Quando mi sono costruito la casa, ho portato alcuni sacchi di semi e ogni giorno ne ho seminato dieci.
Da allora sono passati 60 anni. Fai un po’ il conto, 3000 e passa semi l’anno.”
D’istinto moltiplico per dieci e poi per sei e risulta che il vecchio può aver messo nella terra oltre 180.000 semi.
“Certo non tutti hanno attecchito, altrimenti invece del bosco ci sarebbe una foresta.”
“Qui non passa mai nessuno?”
“Negli ultimi trent’anni solo tu.
Ma quand’ero giovane è capitata anche una donna che aveva perso la strada.
E’ rimasta alcuni anni e mi ha dato tutto quello che una donna può dare, anche un figlio. Poi una granata fuori traiettoria degli americani me li ha portati via tutti e due. In cambio mi hanno lasciato la sedia.”
“Per trent’anni non hai parlato con nessuno.”
“Beh, qualche mese fa sono arrivati quelli della protezione civile. Prima di andarsene mi hanno detto. Attento nonno a non appiccare il fuoco a questo magnifico bosco.”
(S.A.)




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6 luglio 2005

LE IDI DI LUGLIO

Una nuova lettera dall'amico che non conosco:

Ho dato una mano a traslocare a nonna Carolina (97 anni).
Le hanno intimato lo sfratto. 
Dopo aver occupato l’appartamento di Viale Giulio Cesare per trent’anni, ha dovuto andarsene presso una nipote, in attesa, probabilmente, di essere messa in una casa per anziani.
Tra le carte “da buttare” ho raccolto una lettera che mi sento di trascrivere.

“Cara mamma ce l’ho fatta, sono a Roma.
Appartengo ufficialmente da alcuni giorni alla gloriosa Arma dei Carabinieri e mi è stato affidato un compito molto delicato.
Devo fare la guardia al Parlamento.
Quando incrocio lo sguardo con i personaggi importanti faccio un saluto e sono certo che, se mi vedessi, saresti fiera di me.
La guardiola è poco più larga di un metro ma mi protegge dalle intemperie.
Dopo qualche ora di immobilità la gamba destra mi dà un po’ fastidio, ma appoggiandomi col fianco al bordo della guardiola riesco ad arrivare senza troppo dolore alla fine del turno.
Penso spesso a nostro padre che ha dovuto faticare tanto nei campi, mentre io, ben protetto dalla divisa, me ne sto qui immobile e mi danno lo stipendio.
Questa notte ho sognato che il maresciallo chiedeva un volontario per l’altare della Patria e io mi offrivo per primo. 
Allora mi portavano al Campidoglio per far la guardia al Milite Ignoto.
Poi, nonostante fosse il mese di luglio, cominciava a nevicare e la neve cadeva e ricopriva tutta la piazza e veniva le sera e nessuno ci dava il cambio e io sempre più immobile, vedevo crescere la neve fino a sfiorarmi il mento e le automobili erano tutte scomparse sotto una fitta coltre bianca che ricopriva ogni cosa e mi chiedevo cosa sarebbe successo se nessuno fosse venuto a darci degli ordini e a liberarci da quella immensa distesa di neve dalla quale spuntava ormai solo la mia testa.
Sempre nel sogno speravo che il Duce si affacciasse al balcone e mi facesse un cenno di saluto, almeno, prima che di me, come unica traccia di esistenza, si vedesse emergere dalla neve solo il pennacchio.
Mi sono svegliato nel calduccio della branda e sono rimasto a lungo a godere della gioia di essere vivo.
Cara mamma, ora ti lascio perché tra poco suonerà l’adunata.
Tuo Nino.

"
Ho mostrato la lettera a nonna Carolina.
“Ah sì, Nino, il mio primo figlio. E’ morto in Russia insieme agli altri tre, sepolti dalla neve. Invece dei figli, quel Mussolini, mi ha ridato 4 medagliette di bronzo.”
Poi ha alzato il bordo della camicia e mi ha mostrato 4 medagliette con la coccarda. 
“Eccoli qua i miei figli, da allora non mi hanno più abbandonato.”
(S.A)




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14 giugno 2005

MALA TEMPORA

«Il nostro è sempre stato, ed è restato, un paese disossato.
E un paese disossato, senza vertebre, al momento della prova non reagisce: subisce.
È questa la ragione che mi fa perdere tutte le mie battaglie?
Sospetto di sì, quantomeno in parte.
Dio, può darsi che le mie battaglie non valgano granché.
Ma anche ammesso, in ipotesi, che siano invece ben combattute, mi sa che le perderei lo stesso.
Le perdo, oltretutto, perché non sono imbrancato.
E in un paese senza anticorpi il ‘fuori branco' resta solo: una voce fuori coro e senza coro, senza sostegno.
Ma sono ormai troppo vecchio per cambiare.
A perdere sono abituato.
A sottomettermi, a piegare la schiena, non mi abituerò mai»
(G.S.)




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7 giugno 2005

REFERENDUM - IL VOTO

E' solo il modo più chiassoso che conosco per far rivoltare le coscienze:

Ivana “la Svizzera”, professione Cartomante, solo nelle grandi occasioni esce di casa, siede sul muretto del quartiere e aspetta.
Tutti sanno che in questi rari periodi, la donna dà gratuitamente una risposta a qualsiasi quesito.
Ivana è nata a Roma in Borgo Pio. La chiamano “la Svizzera” perché pretende di aver affittato l’utero a qualche coppia di svizzeri e, attraverso il meccanismo della procreazione assistita, sostiene di aver dato loro dei figli.
Durante l’anno, il suo parere sul destino, richiede un compenso.
Ma quando un evento importante come il Referendum appare all’orizzonte, anche lei appare, seduta sul muretto del quartiere, questa volta con un bambino in braccio.
Pare che l’ultima coppia di svizzeri le abbia dato l’anticipo e non sia più tornata, lasciandole il bambino.
Questa mattina un gruppetto di donne circondava la Cartomante.
“Chi non va a votare è vigliacco.
Per la procreazione assistita la persona onesta vota sì perché è possibile scegliere l’embrione più sano e i ragazzini che nascono saranno bene in salute.
Sulla possibilità di avere figli per chi non li può avere, ne so qualcosa, so io la felicità che ho dato e voto sì.
Per la ricerca che la scienza deve fare per aiutare la gente, voto sì, così anche mia madre forse guarisce, le torna la memoria e mi riconosce, invece di chiedere ogni giorno a me sua figlia, “Ma tu chi sei?”
E se per far provare meno dolore alle donne si devono congelare gli embrioni, io voto sì, perché quando capita di procurare un figlio a chi lo desidera, la donna soffre meno.Ora sapete cosa scrivere.”
“Ivana” le dice la suora uscendo dalla chiesa “Ti rendi conto che si vuole sacrificare la vita dell’embrione solo per evitare il dolore?”
“Ma perché, Gesù Cristo nun ha sacrificato pure lui la vita per togliere da questo mondo un po’ di dolore?”
(S.A.)




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1 giugno 2005

GEMELLE

Una nuova missiva dall'amico che non conosco:

Piazza Navona è un luogo indimenticabile, anche se, certamente, non il solo di Roma.
Oggi mi trovo per caso, senza una precisa ragione, a starmene seduto su una delle panchine accanto alla Fontana dei Quattro Fiumi.
Mi avvicina una donna non più giovane “Ehi, che fai qui?” Chiede offrendo un sorriso amichevole.
“Osservo il mondo.” Dico e cerco di ricordare, il più rapidamente possibile, qualcosa di quel volto, familiare e al tempo stesso sconosciuto.
“Sono la gemella di Clem.”
Certo che ricordo e le sono grato di aver precisato la sua identità, prima che mi sentissi nell’imbarazzo di dover chiedere “Chi sei?”
La invito a bere qualcosa al bar.
Sono emotivamente colpito e dopo le inevitabili informazioni generiche “Insegni ancora?” o “Come si vive qui a Roma.” Le chiedo di raccontarmi quello che ricorda del giorno sciagurato in cui la sua gemella e i nostri amici sono morti straziati dalla bomba di Piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974.
“Beh, io sono svenuta al boato e quando sono tornata in stato di coscienza ero completamente sorda e vedendo accanto a me il corpo spezzato a metà di mio cognato, e un braccio e una gamba isolati, sono svenuta di nuovo. 
Poi ho sentito qualcuno che mi puliva il volto e mi accarezzava la fronte dicendo “Questa è l’unica viva.”
“Sono passate 31 primavere da quel terribile 28 maggio.” Le dico. “Come hai vissuto l’assenza di Clem, tua gemella, morta nel pieno della vita, solo perché con altri insegnanti partecipava a una manifestazione?”.
“L’ho sentita accanto a me, tutti i giorni.” Dice a fatica e gli occhi si riempiono di lacrime, “Tutti i giorni”.
La responsabilità delle quattro stragi che hanno ferocemente insanguinato questo Paese, si perde nei meandri oscuri dei grandi poteri politici.
Allora si diceva “Sono stragi di Stato.”
Sì, ma di quale Stato?
Le indagini sono ferme, ma insieme alle indagini è ferma anche la Democrazia.
(S.A.)




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25 maggio 2005

IL FIGLIO DEL NULLA

Una nuova lettera della'amico che non conosco:

Tutti si chiedono, da sempre, come mai Fausto, il figlio del macellaio, sia così diverso dagli altri giovani che vivono nel quartiere: gentile, disponibile ad aiutare chiunque.
Ma nessuno ha visto mai il macellaio con una donna, lo si è visto invece ogni giorno a passeggio col figlio.
Da quando è nato questo bambino, il macellaio dunque non è mai apparso né con una donna, né da solo.
Per molti mesi era uscito ogni giorno a far la spesa, col piccolino nel marsupio, ed era una delizia vedere quest’uomo dalla statura imponente, muoversi con gran cautela, portando addosso il bambino che, ad occhi sgranati, incominciava a conoscere il mondo.
Anche quando tagliava le bistecche il bambino seguiva dal marsupio con lo sguardo il grande coltello luccicante.
Poi è venuta l’età del passeggino e il mistero dell’uomo-mamma che vagava nel quartiere con quella creatura beata, sempre sorridente, assediava la curiosità di tutti.
“L’ha comprato dagli zingari.” Sentenziava il barista.
“Sono sicuro. L’ho visto io tre anni fa all’ora della chiusura del bar, rientrare con un fagottino tra le braccia.”
Ora il bambino è grande e trotterella felice, seguendo ovunque il padre, ma, per l’imbarazzo delle varie ipotesi, i due si somigliano in modo impressionante, due gocce d’acqua.
E la madre? Non è mai esistita?
“Clonazione.” Aveva suggerito il farmacista.
Ho deciso di chiarire il mistero con l’aiuto della portiera del 126 dove il macellaio abita col figlio, perché la si può interrogare su chiunque abiti in questa via e lei, senza farsi pregare, può rivelare tutto su tutti.
“Che mi dice di quei due.” Le chiedo indicando padre e figlio che entrano nel supermercato. “Cosa si sa?”
“Tutto quello che è giusto sapere” Mi ha risposto eccitata, quando finalmente ho deciso di interpellarla.
Conoscevo il rito, che consisteva nel porgerle una banconota mormorando “Un caffè.”
E la portinaia, assestando una ciocca dei capelli: “La moglie, dopo il divorzio, ha partorito lontano. Si erano divisi per sempre perché il macellaio, sospettando che lei lo tradisse col garzone del banco, un bel giorno ha fatto finta di partire, poi è tornato alla bottega. Vedendolo sul fondo della via, la moglie ha frettolosamente rinchiuso l’amante nella stanza frigorifero della macelleria. “Non parto più, aveva detto il macellaio entrando nella bottega, vieni che ti invito a pranzo.” La donna non aveva avuto il coraggio di rivelargli che nel frigorifero c’era rinchiuso un uomo.
Così l’amante era morto congelato e la cosa è passata come un incidente.
Prima che la moglie se ne andasse per sempre l’uomo aveva posto la condizione che gli facesse un figlio.”
Un figlio tutto suo e ora lo aveva.
E che figlio.
(S.A.)




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18 maggio 2005

INTERNO 13

Una nuova lettera dall'amico che non conosco:

Le riunioni di condominio negli ultimi anni si sono per così dire “riscattate”. Da quando l’Italia, entrando nell’Europa, ha cessato di essere un territorio politico, rimanendo, in sostanza, un territorio solo amministrativo, le riunioni parlamentari sono andate sempre più somigliando, appunto, a riunioni di condominio.
Forse proprio perché tutte le ex forze politiche, governative e dell’opposizione, si trovano di fatto a “condominare” il territorio nazionale, le sue istituzioni, i suoi necessari compromessi, i suoi indispensabili segreti.
Così capita spesso di assistere, nelle dirette televisive dal Parlamento o dal Senato, a vere e proprie gare di invettive, acide opposizioni verbali, discussioni esasperate, solitamente tipiche delle riunioni di condominio.
L’ultima riunione si è svolta a casa mia.
Erano presenti gran parte dei condomini, alcuni muniti di deleghe, altri,come sempre enunciando frettolose necessità di concludere l’esame dell’ordine del giorno, il più rapidamente possibile.
Tutto si è svolto con una certa celerità fino al punto numero otto, quello conclusivo, così formulato:
“Decisione di inserire nel regolamento del condominio il divieto di qualsiasi attività di meretricio all’interno del palazzo, che non può essere comunque svolta se non con l’adesione unanime dei condomini.”
La proposta veniva da alcune massaie della scala B che alludevano pesantemente a una misteriosa figura femminile, venuta ad abitare nell’appartamento del terzo piano, l’interno 13.
La nuova inquilina per mesi e mesi non aveva familiarizzato con nessuno.
Le imposte delle sue finestre erano spesso chiuse e dall’appartamento non si udiva provenire alcun suono.
Qualcuno aveva visto la giovane donna recarsi al mattino molto presto al mercato e spesso, per alcuni giorni, la sua porta di casa rimaneva chiusa.
“Quella donna è una prostituta, ve lo dico io e riceve i clienti a tarda notte.”
La battuta aveva procurato un silenzio innaturale e tutti i condomini, alcuni scuotendo il capo, altri assumendo un’aria di profonda preoccupazione, sembravano orientarsi verso la certezza che al terzo piano venisse esercitata l’antica arte della prostituzione.
In realtà il giovane poeta che abita di fronte alla donna ha svelato il segreto.
“Si tratta di tutt’altro, gentili signore. Si tratta di una novizia che sta per prendere i voti e, come è uso della congregazione religiosa in cui sta per entrare, deve trascorrere un anno di confronto con la vita esterna al convento. Il solo maschio entrato in quell’appartamento è Dio.”
Una risata liberatoria, un abbaglio risolto, nel piccolo parlamento del palazzo.
(S.A.)




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13 maggio 2005

LO VUOI UN KEBAB?

Una nuova lettera dell'amico che non conosco:

Mi chiamano spesso nel quartiere, per questo o quel consiglio, per un aiuto o forme varie di assistenza, ma anche, con mio grande piacere, per farmi partecipe di rivelazioni eccezionali, segreti, insomma, da non rivelare a nessuno.
Proprio ieri, nel primo pomeriggio, qualcuno ha bussato alla porta di casa, del resto sempre socchiusa, e mi ha sussurrato che ero atteso e avrei dovuto seguirlo.
L’atteggiamento era così misterioso e amichevole che non ho avuto neppure il desiderio di chiedere da chi ero atteso e dove.
L’ho seguito in silenzio e mi sono trovato nel retrobottega di un “Kebabbaro” (Dove si degusta il Kebab, sorta di sandwich orientale).
Seduti su una panca, oltre a Ciccio, idraulico tuttofare e a Livio muratore “riparoqualsiasimuro”, c’erano due ragazzi arabi e una ragazza con il Burka, “Parlano inglese”. 
Così mi sono inoltrato in una delle avventure rivoluzionarie più poetiche e affascinanti.
Si tratta di questo.
I due ragazzi appartengono a un movimento clandestino denominato BsG (Baby Substitution Group – Gruppo per la sostituzione dei bambini) e operano nel nascente Stato Democratico dell’Iraq.
Siccome le classi dominanti non subiscono cambiamenti da secoli e da secoli comunque le stesse caste e le stesse famiglie gestiscono il potere, il BsG, approfittando della situazione di emergenza, da quando è iniziata la guerra, ha deciso di sostituire, con la complicità degli infermieri, i neonati figli di uomini potenti con neonati figli del popolo, approfittando del fatto che i neonati si somigliano tutti.
Sostengono che in questi tre anni hanno sostituito circa mille quattrocento neonati e che ormai le loro tecniche di infiltrazione nel territorio sociale sono così migliorate che ben presto arriveranno a diecimila bimbi sostituiti nelle culle.
“Così”, mi spiega il più giovane dei due arabi “Nel giro di pochi anni la classe dirigente irachena verrà finalmente e direttamente dal popolo. Noi siamo contrari a ogni forma cruenta di terrorismo, ma sappiamo che esistono azioni intelligenti capaci di cambiare veramente la realtà. Non diremo mai quanti e quali bimbi abbiamo sostituito, in modo che nella nostra cultura si faccia strada il concetto di eguaglianza. L’idea che, alla nascita, gli esseri umani sono tutti uguali.”
La ragazza col Burka si alza e ride.
Non posso vedere il suo volto ma lo immagino attraverso il fluire fresco della sua risata.
In un inglese ovattato e fluente la sua voce attraversa la retina del Burka.
“Chissà che faccia faranno quando lo sapranno.”
“Ma perché avete chiamato me?”
Chiedo.
Ciccio si alza e mi sussurra all’orecchio.
“Perché tu scrivi sui giornali, sei l’unico che può rivelare i segreti. Lo vuoi un Kebab?”.
(S.A.)




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12 maggio 2005

BEN LUNGI DA ME

Lungi! Lungi!
Lontano è il vostro mondo, il vostro ampio e struggente mondo, pieno di farfalle e di bruchi, lontano da questa insensata ragnatela appesa tra universi contrapposti, al cui centro, immobile, si dibatte ancora un altro insetto, il cui corpo si consuma, e la cui anima vola indietro nel tempo e nello spazio, alle valli inondate di sole e di polline, sogni struggenti dell'essere in avanzato stadio di depressione.




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6 maggio 2005

PROTEZIONE INCIVILE

Una nuova lettera dall'amico che non conosco:

Qualche giorno fa mi sono mosso in bicicletta per via dei pellegrini che hanno invaso la zona vaticana.
Stavo osservando, fermo al semaforo, il fiume di fedeli che si avviavano euforici ad assistere alla messa del nuovo Papa, quando un veicolo della protezione civile, facendo un’improvvisa manovra, ha frantumato il fanalino posteriore della mia bicicletta.
Un omone è sceso dalla guida dell’automezzo chiedendomi più volte scusa e offrendomi di fare denuncia all’assicurazione.
“Ma si tratta di qualche euro di danno.”
“Che t’importa. Se vuoi diciamo che s’è rotta anche la ruota. Poi magari mi fai un regaletto.”
Così dicendo mi ha porto il biglietto della protezione civile.
“Chiamami domani che ci mettiamo d’accordo. Chiedi di Gino.”
Non potevo certo spiegargli che il tempo impiegato per avviare la piccola truffa e l’umiliazione interna per aver partecipato a un movimento disonesto, avrebbero avuto per me un peso che neppure alcune migliaia di euro sarebbero riusciti ad equilibrare.
L’uomo schiacciandomi l’occhio prima di risalire sul suo camion mi lasciava intendere che magari oltre alla ruota potevamo aggiungere una fatale deformazione del telaio, nonché alcune lacerazioni della gomma anteriore e così via fino a raggiungere un premio assicurativo di rilievo.
Invece di inoltrarmi nella mediocre beatitudine per aver a disposizione una truffetta di sicuro successo, sono andato al negozio di ricambi biciclette e ho acquistato un fanalino nuovo.
“Quant’è?”
“Due euro e venti.”
Sono cosciente che con quell’acquisto rinuncio per sempre a ogni facoltà di rivalsa sull’assicurazione.
Nell’uscire dal negozio, monto in bicicletta e sento una mano potente che mi blocca trattenendomi per una spalla.
E’ l’omone della protezione civile.
“Mannaggia a te. T’ho cercato dappertutto, ma con questa marea di gente. Per fortuna che ti ho trovato.”
“Cosa è successo?”
“E’ successo che hai dimenticato di prendere i dati dell’assicurazione. E così quando avremmo svoltato’”.
“Ah.” Ho mormorato nascondendo istintivamente sotto la giacca il pacchetto col fanalino nuovo. Ero intimorito dall’idea che l’omone scoprisse che non avrei mai inoltrato alcuna pratica ad alcuna assicurazione.
L’assurdo meccanismo di un inspiegabile senso di colpa era riuscito perfino a farmi immaginare che, se mi avesse scoperto col fanalino in mano, l’uomo avrebbe potuto darmi un ceffone.
“Non fare scherzi, mi raccomando. Poi vedrai che nel fare denuncia io ti firmo che forse la botta ha stortato anche il telaio e l’altra ruota.”
Avevo indovinato.
(S.A.)




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27 aprile 2005

LA CORTE DEI MIRACOLI

Una nuova lettera dell'amico che non conosco:

Roma, primavera inoltrata, anno 2005.
Dove fino a ieri, per via di un Papa che muore e un Papa che nasce, un’immensa nube di pellegrini vagava nelle vie che conducono a Piazza San Pietro, ora semideserte, incontro immagini nuove, troppo numerose per non essere notate, troppo intense per essere casuali.
A distanza di poche centinaia di metri l’uno dall’altro si incontrano personaggi dallo sguardo sfinito, che espongono con rilevante crudezza mutilazioni di ogni sorta.
A metà di Viale Giulio Cesare un uomo che, invece delle gambe mostra la nudità di due moncherini color rosa che suscitano immediata pietà.
Più avanti in via Ottaviano, mentre all’inizio c’è una donna senza braccia, verso la fine della via tende la mano un uomo cui manca il braccio sinistro e, dalla giacca fuoriesce quel poco che è rimasto del braccio e costringe i passanti a non ignorare il suo tragico destino.
Accanto all’ingresso della metropolitana, invece, da non confondersi con gli altri, una donna da più di tre anni è seduta, ogni giorno accanto ai cassonetti.
Mentre nei primi tempi teneva tra le braccia un bimbo neonato, ora, a distanza di tanto tempo, il bimbo è cresciuto e invece di frequentare un qualche “giardino d’infanzia”, passa le giornate tra i cassonetti dell’immondizia.
Anche se ogni tanto ubbidisce alla madre e le siede in grembo, la sua vitalità respinge nei passanti ogni sentimento di pietà, come se la gente, passando, pensasse “Questa donna ha già il tesoro di un bimbo così straordinario, che senso ha farle la carità?”
Qualcun altro dev’essersi accorto che il bimbo, troppo cresciuto, non rende più di qualche monetina.
Questa mattina, infatti, la donna, con uno sguardo triste, teneva in grembo un neonato, che qualcuno le aveva prestato in cambio del suo bambino.
L’intero quartiere insomma è ormai invaso da una miriade di sciancati, di invalidi di ciechi che, a dire del barista, vengono portati in zona al mattino presto, e raccolti a tarda sera da un pulmino.
Incuriosito dall’idea di assistere all’arrivo e alla partenza di questo drammatico materiale umano, decido di tornare in zona a tarda sera.
Così, verso l’avvio della notte, quando le strade tornano deserte, arriva finalmente il pulmino e due uomini robusti si avvicinano al primo invalido che consegna loro il barattolo pieno di monete, lo sollevano di peso e lo portano sul veicolo e così via.
Li seguo con la bicicletta e assisto, non visto, alla raccolta di una ventina di invalidi.
Poi torno a casa e, vicino alla chiesa, vedo un vecchio senza le mani, avvolto in una coperta.
“Ehi nonno, fa freddo. Cosa fai ancora qui.”
“Mi sono nascosto, non voglio più lavorare con quelli, ci lasciano solo pochi spiccioli, da domani lavoro in proprio.”
(S.A.)




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20 aprile 2005

IL QUINTO VANGELO

Attenzione cattomerde, è una lettera dell'amico che non conosco:

Prima che si chiuda per sempre l’ultima pagina del regno di Karol Wojtyla (Karol, infatti, in slavo significa Re), sono affiorate alcune sensazioni e non pochi ricordi, destinati a rimanere indelebili.
Tra pochi giorni, infatti, inizierà il Conclave e in pratica sarà sempre lui, Karol, a eleggere il nuovo Papa, visto che oltre 100 dei 114 Cardinali riuniti in assemblea permanente sono stati ordinati da lui.
Nelle otto sere del mio girovagare prima tra migliaia, poi tra diecine di migliaia, infine tra oltre due milioni di persone, ho incontrato, nella zona circostante Piazza San Pietro, non poche immagini e situazioni particolari.
La più patetica?
Un’anziana donna paralitica che, nell’accendersi la luce delle due finestre accanto alla camera da letto del Papa, compiendo uno sforzo sovrumano, è riuscita ad alzarsi dalla carrozzina e, nel tentativo di muovere un passo, ha gridato a voce piena e commossa “Miracolo, miracolo, cammino.”
Poi è stramazzata pesantemente al suolo, procurandosi una piccola ferita alla tempia.
Facendo cerchio intorno a lei altri pellegrini l’hanno aiutata a rimettersi seduta sulla carrozzina, mentre la donna con un sorriso comunque estatico, sfiorando la piccola ferita alla tempia mormorava “Non è niente, non è niente.”
L’immagine più delicata?
Un gruppo di sordomuti che, durante la recita del Rosario, quando l’altoparlante ha intonato il Salve Regina, si sono messi a loro volta a cantare e dalle loro labbra uscivano parole silenziose.
Una ventina di uomini d’ogni età, proprio accanto a me. 
Muovevano la bocca per partecipare al canto, ed erano piuttosto i loro sguardi a parlare, con un impercettibile sorriso di fondo.
Il personaggio più tenero?
Un ragazzetto magro, dal volto bambino, decorato per pudore da un paio di baffetti taglienti, vendeva ai pellegrini piccoli incantevoli cuori trasparenti al centro dei quali pulsava una lucetta intermittente.
“Quanto costa?” Gli ho chiesto.
“Un euro.” Mi ha risposto il ragazzo bambino, dando il resto a una suora che se ne andava mormorando “E’ il cuore del Papa.”
“Costa poco. Perché li vendi solo a un euro? Potresti chiederne almeno cinque.”
“Il cuore non si vende.” Poi, accogliendo il suggerimento delle suora ha cominciato a dire a voce alta “Avanti, il cuore del Papa a un euro.”
Tornando a casa ho avuto il bisogno irresistibile di cercare in Internet il quinto Vangelo, quello scritto dall’apostolo Tommaso.
L’ho trovato. Inizia così.
Gesù disse, “Se i vostri capi vi diranno, ‘Vedete, il regno dei cieli è nei cieli’, allora gli uccelli dei cieli vi precederanno. Se vi diranno, 'È nei mari', allora i pesci vi precederanno. Invece sappiate che il Regno dei cieli è dentro di voi.”.
(S.A.)




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13 aprile 2005

LA CIOCCA SACRA

Una nuova lettera dell'amico che non conosco:

Abito a poche centinaia di metri da Piazza San Pietro e ogni sera faccio una passeggiata fino alla Basilica, per nutrire lo sguardo con l’immenso spazio della piazza e l’eleganza architettonica di Michelangelo.
Anche in queste serate di veglia prima sull’agonia, poi sulla morte del Papa, ho passeggiato tra una folla fitta e serena, che, dopo il primo sbigottimento, rivelava la gioia di esserci e di trovarsi lì, insieme con altre innumerevoli ombre.
Vagare indisturbati nei recinti sacri, avvertendo il miracolo della vita, sullo sfondo di una morte illustre.
Si udivano mormorii d’ogni sorta, in lingue sconosciute e inaccessibili.
Dalla prima sera, dopo la morte del Papa, vedevo aggirarsi furtivo, un ometto di statura minuscola, con i capelli luccicanti, che teneva tra le mani una grande borsa verde, seguivo i suoi movimenti con lo sguardo.
Lo vedevo accostare questo o quel pellegrino e appartarsi con lui dietro le grandi colonne del Bernini.
Evidentemente vendeva qualcosa di speciale, perché ogni volta che parlava con qualcuno, lo stupore e la meraviglia, insieme a una complicità gioiosa apparivano sul volto di chi comprava.
Si aggirava ogni sera tra i pellegrini, accampati alla meglio nei prati di Castel Sant’Angelo e concludeva ogni incontro con evidente soddisfazione.
Quando avevo deciso di avvicinarmi a lui e scoprire in un modo o nell’altro le qualità della sua mercanzia, nell’ondeggiare della folla l’ho perso di vista.
Poi è venuto il giorno del funerale, delle esequie più solenni che si siano mai celebrate sul sagrato di San Pietro e, come d’incanto, non solo mi sono trovato a tu per tu con l’ometto, ma lui stesso, scambiandomi per un pellegrino, mi ha avvicinato offrendomi il suo segreto.
“Vuole una speciale reliquia del Pontefice? Qualcosa di raro che porterà grazie e guarigioni?”
“Di cosa si tratta?” Ho chiesto mentre a fatica raggiungevamo i retro di una delle gigantesche colonne.
Dalla tasca della grande borsa verde, l’ometto ha estratto una ciocca di capelli, candida.
“Si tratta dei capelli del Papa. Mio zio è stato il barbiere personale di Sua Santità e tutte le volte che gli ha tagliato i capelli, invece di buttarli, li ha conservati.”
“Quanto costa la reliquia?”
“Sette euro senza garanzia e 11 con la garanzia.”
“Di che garanzia si tratta?”
Con l’aria misteriosa che gli avevo già letto sul volto osservandolo di lontano, ha tolto di tasca una foto dello zio, intento a tagliare i capelli al Papa e sul retro c’era scritto a mano, in corsivo “Certifico che questa ciocca di capelli è appartenuta a Sua Santità Papa Wojtyla.”
(S.A.)




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8 aprile 2005

PERLE AI PORCI

Come perle ai porci i popoli si frantumano al sol tracciar di un solco.
E di perle si faran parole.




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6 aprile 2005

OCCHIALI VERDI

Una nuova lettera del solito amico mai conosciuto:

Sono indeciso se scendere alla Ferramenta, piove a dirotto e mi servono solo due viti.
Come sempre, essendo indeciso, scelgo di andare e di corsa, per raggiungere il negozietto d’angolo sfidando la pioggia. Poi capirò che anche questa volta il rifiuto della pigrizia porterà emozioni rare.
Cencio, il ferramenta, dopo aver impacchettato le due minuscole viti in un foglio immenso di carta, soggiunge con la consueta ironia: “Ecco due belle viti. Il signore è servito.”
“Quanto devo?”
“Che mi devi? Mi devi ascoltare. Per due viti mi devi ascoltare due minuti.”
Cencio ha deciso che mi deve raccontare la sua storia.
Oggi compie ottantacinque anni e nel 1938 è partito dal suo paesello, Musile di Piave, con una carriola e una pala.
Aveva quattordici fratelli, di cui undici viventi.
In famiglia la sua partenza era stata appena notata.
“Vado a Roma. Prendo la carriola e la pala, quando arrivo scrivo” aveva detto ai genitori.
I due vecchi avevano annuito senza neppure alzare il capo.
Così Cencio era partito, spingendo la carriola e, di villaggio in villaggio, si era diretto verso Roma.
Non sapeva che circa settecento chilometri lo separavano dalla Capitale. 
Per lui Roma era la sola soluzione a una vita senza scampo.
Al paese l’oppressione del lavoro era la sola distrazione in giornate vuote e insignificanti.
Ora camminava per strade polverose verso la libertà.
Si svegliava che ancora era buio, per camminare con l’aria fresca del mattino. A metà del giorno, ovunque arrivasse, si fermava, offriva lavoro con la sua carriola e la pala, in cambio di cibo e qualche moneta.
Con un sorriso intriso di ricordi Cencio racconta che c’erano voluti quattro mesi per arrivare a Roma.
Non più solo, perché, in un paesetto dell’alto Lazio, si era innamorato di una ragazza e si erano sposati.
Così erano entrati trionfalmente a Roma lui a piedi, lei seduta nella carriola. Erano arrivati, non si sa come, proprio davanti all’Altare della Patria.
“Quant’è bello e grande. ”Aveva detto la moglie piena di stupore.
“Siamo stati tanto felici, ma lei dopo pochi anni mi ha lasciato. Era ebrea. Son venuti di notte i fascisti e me l’hanno portata via. Non l’ho più rivista. Qualche anno fa siamo stati ad Auschwitz con mio figlio. Voleva vedere dov’era morta sua madre. Ci hanno fatto visitare tutto, anche i capannoni con i grandi mucchi di occhiali, scarpe e capelli di quelli che hanno sterminato. Mi sono chinato. Per terra ho visto un paio di occhiali con la montatura verde, proprio come quelli che portava lei.”
Cencio toglie lentamente dalla tasca interna del camice un paio di occhiali verdi con una lente frantumata e li sfila dall’involucro di plastica.
“Vedi? La stanghetta è scheggiata e qui in fondo c’è ancora una traccia di colla che le avevo messo io per fermare la lente.”
Gli occhi gli si inumidiscono e due lacrime cadono sul bancone.
Due viti, due minuti di racconto, due lacrime.
(S.A.)




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6 aprile 2005

ESSERI UMANI

Cosi scrive l'amico che non conosco:

"Abito a poche centinaia di metri dal Vaticano e mi è impossibile non parlare di questo autentico fenomeno sociale che si è determinato con la morte del Papa.
Ogni sera ho fatto una passeggiata fino alla Piazza San Pietro e ogni sera, sia prima che dopo la sua morte, ho trovato una folla fitta e silenziosa, non triste, ma quasi segretamente rasserenata dall’evento del poter “stare insieme”, in una sorta di legittima necessità di incontrarsi con i propri simili.
E la cosa avveniva e continuava ad avvenire. Mi chiedo cosa accadrebbe se, anche senza la morte di un Papa, le persone continuassero ad incontrarsi, nel fresco della sera, in una bella e ampia piazza illuminata con gusto, saziandosi di sguardi e di silenzi, di mormorii e di fruscii gentili.
Qualcuno mi ha chiesto, incontrandomi tra la gente.
“Che ne pensi?”
“Stavo appunto pensando, chissà se succederà mai nella storia degli uomini che, alla morte di una persona qualsiasi avverrà una mobilitazione di questo genere, un dilagare amoroso del dolore, magari udendo qualcuno sussurrare è morto un essere umano.”
(S.A.)




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30 marzo 2005

CICCIO, CHE FA LO SPETTATORE PAGATO IN TV

La solita lettera del mio amico sconosciuto:

Ho rivisto Ciccio dopo xxx anni e la cosa ha del miracoloso, considerato che l’ho frequentato solo quando era bambino, dai tre ai sei anni di età.
Ora ha xxx anni eppure l’ho immediatamente riconosciuto.
“Ciccio, ehi Ciccio, che fai qua?”
“Com’è che sai il mio nome? Chi sei?”
“Sono io, non ti ricordi? Le parolacce…”
Ciccio da bambino era famoso nel quartiere perché, in cambio di una moneta da dieci lire, metteva le manine sui fianchi e diceva una scarica di parolacce, graziosamente, senza alcun ritegno.
Un giorno il fruttivendolo aveva deciso di valutare i confini della sua creatività porgendogli una moneta da duecento lire.
Lui, Ciccio, bloccato dallo stupore di un’offerta tanto grande, era rimasto in silenzio, poi, ruotando lentamente gli occhi alla ricerca di una soluzione degna del prezzo, aveva finalmente costruito una lunga frase, articolata e veemente, riuscendo a raggruppare tutte le parolacce del suo repertorio e, rinfrancato dal mio sorriso, dopo aver intascato la moneta, se n’era andato correndo.
Da quel giorno non lo avevo più rivisto come se il destino stesso si fosse occupato di non metterlo nell’imbarazzo di nuovi incontri, dato che ormai tutto il dicibile, per lui, era stato detto.
Adesso osservandolo mentre veniva verso di me con quella sua andatura infantile, ancora ciondolante, vestito con la stessa trascurata povertà di allora, nonostante il corpo fosse quello di un trentenne, il suo aspetto era immediatamente riconoscibile.
“Che fai Ciccio? Sono anni che non ci vediamo.”
“M’hanno messo prima in riformatorio poi a bottega e mo’ so’ tre anni che circolo e faccio il bravo.”
Parlava con la stessa spavalderia dell’infanzia, eppure, quel suo sguardo divenuto obliquo, comunicava un senso di grande solitudine e abbandono. Un’ampia ecchimosi gli nascondeva l’occhio e un guancia gonfia lo affaticava nel dialogo.
“Che ti è successo?”
“La mia ragazza. E’ gelosa. Me mena sempre. Ieri m’ha tirato il ferro da stiro.”
“Ce la fai col lavoro?”
“Oggi non posso andare a lavorare perché, nel levare il coltello alla mia ragazza, mi son tagliato.”
Un lungo taglio rossastro gli attraversava il palmo della mano.
“Domani anche se mi farà male devo tornare a lavorare.”
“Che lavoro fai?”
“Faccio il pubblico a pagamento alla TV. Devo applaudire quando ci fanno segno.”
“E come fai ad applaudire con il taglio nella mano?”
“Stringo i denti. Se non applaudo mi licenziano.”
“Ti farà un male terribile.”
“Fa più male quando durante la trasmissione devi ridere e vorresti piangere.”

(S.A.)




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24 marzo 2005

E LA VITA?

Lettera dal solito amico che non conosco:

Sulla porta della farmacia di XXX, da dieci anni c’è un cartello con la scritta “Questa Farmacia apre solo nel pomeriggio dalle 15.00 alle 20.00.  Il mattino lo dedichiamo alla vita.”
Firmato “Il farmacista.”
Nei primi tempi, la reazione del quartiere era stata intensa e ognuno si chiedeva se il farmacista fosse impazzito o avesse da fare i conti con qualche evento terribile.
Poi, poco a poco, se qualcuno aveva bisogno di un farmaco, semplicemente lo andava a comprare nel pomeriggio.
Certo l’accordo che il farmacista aveva fatto cinque anni fa con il garzone del panettiere era invece tra i più strani.
Me lo aveva comunicato nella massima riservatezza la cassiera del bar che, raccomandando discrezione, lo aveva raccontato a tutto il quartiere.
“Si tratta di una specie di patto col diavolo”, aveva soggiunto a voce bassa prima che me ne andassi, gettando su tutta la faccenda una luce malevola e completamente priva di fondamento.
Il garzone del panettiere era un ragazzo, dall’intelligenza pronta, la battuta irresistibile, spettacolare anche nei suoi silenzi ammiccanti.
In realtà alla fine di una discreta indagine sull’accaduto avevo scoperto che l’accordo era nuovo e assolutamente originale.
Il farmacista aveva proposto al ragazzo di “comprare mezza giornata del suo tempo di lavoro” col patto che questo tempo di libertà lo dedicasse a “vivere”.
“Tu chiedi di lavorare part-time, cioè quattro ore al giorno e io, per cinque anni, pago la differenza del tuo salario.
Se adesso prendi 1000 Euro al mese e lavorando mezza giornata te ne danno 500, per cinque anni io ti pago gli altri 500 e tu ogni giorno sei libero per mezza giornata.”
“E nella mezza giornata libera cosa farò?”
Aveva chiesto il ragazzo abbastanza smarrito.
“Vivi.”
“Cioè?”
“Farai tutto quello che ti piace, imparerai a leggere dei buoni libri, ascolterai musica o ti farai delle passeggiate o andrai a trovare gli amici, o ti costruirai un tavolo, o non farai assolutamente nulla e ti siederai nel tepore del sole, lasciandoti andare al fluire dei pensieri.”
“E dopo? Passati i cinque anni, che faccio?”
“Passati i cinque anni sarai un’altra persona e allora vedremo.”
Ora i cinque anni sono trascorsi e il ragazzo in poco tempo è diventato una vera star, prima della radio, poi della televisione. Amato dai giovani, non solo si è appassionato a leggere i grandi classici, ma ha imparato a scrivere e pubblicato con successo il suo primo romanzo.
Ieri mattina ho incontrato il ragazzo col grembiule da panettiere...
“Ma come? Sei ormai famoso e vai in giro vestito così?”
“Al mattino faccio sempre il panettiere. Mi piace.”
(S.A.)




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16 marzo 2005

IL VALZER DEGLI SPUTI

La solita lettera del solito amico che non conosco:

L’appartamento dell’ultimo piano che si affaccia sul cortile interno del caseggiato è disabitato ormai da qualche mese. La finestra del bagno è rimasta aperta, il vento spesso la apre e la chiude creando un’innaturale vitalità nelle stanze buie e deserte.
Lì si affacciava ogni giorno il vecchio commissario di pubblica sicurezza in pensione e trascorreva le ore della giornata fumando un sigaro toscano e sputando nel cortile.
C’era qualcosa di spettacolare in quel suo andirivieni dalla finestra del bagno, tra scoppiettanti nuvolette di fumo, scaturite da tirate spasmodiche del sigaro e culminanti nel gran finale intermittente degli sputi.
Indossava una giacca di pigiama e in testa aveva un cappello di feltro, come se dovesse partire da un momento all’altro.
Ma non usciva mai, non solo di casa, ma dalla stanza da bagno che rappresentava il suo angolo incontaminato di vita.
I condomini avevano formulato le loro proteste e la vecchia moglie del maresciallo li aveva assicurati che avrebbe provveduto, ma ogni tentativo di dirottare il vecchio in un’altra stanza della casa era fallito.
Così la portiera aveva risolto il problema schierando una serie di vasi “a coprire” l’angolo del cortile, dove la maggioranza degli sputi era solita cadere.
Osservavo a lungo il Maresciallo e mi chiedevo cosa accadesse nella sua mente in quel turbinìo di intense boccate e di sputi.
Quando il ritmo diventava intenso lo costringeva a muoversi come in una danza, scuotendo il capo in segno di beatitudine.
Ora che da oltre un anno la casa era vuota, sembrava che quella finestra, aprendosi e chiudendosi sulla spinta del vento, chiamasse alla memoria la mattinata del 2 giugno, quando, in occasione della Festa della Repubblica, i movimenti insensati e gli sputi del vecchio maresciallo avevano improvvisamente acquistato non solo una giustificazione, ma un significato preciso e sferzante, quanto casuale.
Dai vari appartamenti del condominio salivano le voci concitate degli speaker televisivi e descrivevano il programma delle massime autorità.
“Il presidente della Repubblica è salito all’altare della patria…”
A ogni frase stentorea e solenne dello speaker faceva seguito uno sputo, e il ritmo inconsapevole del vecchio creava un contesto perfetto.
Poi, d’improvviso, a difendere le autorità vilipese, erano passati a bassa quota gli aerei, coprendo democraticamente sia gli sputi che le voci servili degli speaker.
Il vecchio maresciallo, col sogno di una vittoria negli occhi, era sparito dal riquadro del bagno.
Mentre gli aerei si allontanavano, il fragore dello sciacquone aveva riempito il cortile portandosi via per sempre, nell’impeto di una vittoria segreta, l’immagine del vecchio.
Da quel giorno infatti la finestra del bagno è rimasta vuota.
(S.A.)




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11 marzo 2005

IPSE DIXIT

Se sei paranoico, non vuol dire che gli altri non ce l'abbiano comunque con te.




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10 marzo 2005

IPSE DIXIT

Per un mare di merda in tempesta, ci sono sempre zattere di saggezza pronte a solcare le sue onde.




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9 marzo 2005

LA CONTRORIFORMA

La solita e puntuale lettera di un amico che non conosco:

Ho finalmente assistito a un evento riservatissimo, uno di quegli eventi che non si raccontano se non dopo anni e anni trascorsi nel silenzio, o tutt’al più in allusioni velate.
E’ arrivata a tarda notte un’ambulanza e si è fermata davanti alla chiesa.
Le strade erano deserte.
Tre infermieri vestiti di bianco sono scesi di corsa e hanno percorso rapidamente il sagrato dirigendosi verso la canonica. Dopo qualche minuto sono riapparsi, scortando il parroco, immobilizzato da una camicia di forza che spiccava, nell’oscurità della notte, sulla tonaca nera.
Il sacerdote aveva l’aria rassegnata di chi ha deciso di subire qualsiasi oltraggio pur di non turbare minimamente l’ordine delle cose.
Vicino ai tre infermieri e al parroco trotterellava la vecchia madre, e con un sorriso di beatitudine, continuava ad annuire a ciò che stava accadendo, contenta di vedere il figlio finalmente in buone mani.
Pochi nel quartiere hanno saputo esattamente come sono andate le cose, per la mia riservatezza, incline a non diffondere situazioni di malessere, territorio immediato di pettegolezzi e maldicenze.
Insomma, il parroco era impazzito ed era importante che la cosa non si sapesse, soprattutto per i contenuti della sua improvvisa follia.
Era infatti convinto, il vecchio sacerdote, che fosse venuto il tempo di riformare i dieci comandamenti e aveva preparato al centro della chiesa una gigantesca riproduzione delle tavole della legge, che Mosè aveva ricevuto sul monte Sinai.
Accanto ai vecchi comandamenti aveva scritto i nuovi, le correzioni. E così si poteva leggere che, invece di adorare Dio era più urgente adorare i propri simili, e oltre ad onorare il padre e la madre era opportuno onorare chiunque capitasse di incontrare e alla voce “non rubare” il parroco riformatore aveva aggiunto “a meno chè tu non stia morendo di fame”.
“Ricordati di santificare non solo le feste, ma ogni giorno della tua unica vita sulla terra.”
Ma tutto ciò non avrebbe scandalizzato nessuno se non qualche teologo rigidamente conservatore.
Una delle espressioni che avevano fatto ritenere legittimo il ricovero in clinica psichiatrica del religioso anche da parte della vecchia madre era la riforma del comandamento “Non desiderare la donna d’altri” cui era stato aggiunto “a meno chè non lo desideri anche lei.”
Così, fin quasi all’alba, ho aiutato la madre del parroco a smantellare le nuove tavole della legge.
Poi, quando i primi chiarori del giorno già entravano strisciando sui pavimenti lucidi della chiesa, la donna è sparita oltre la porta della sacrestia mormorando “E’ troppo presto ancora, figlio mio. Non è ancora tempo, non è ancora tempo.”
(S.A.)




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2 marzo 2005

IL FILOSOFO DI STRADA

La solita lettera del solito amico che non conosco:

C’è un filosofo di quartiere, nel mio quartiere. Non ha la barba, non ha un aspetto ascetico e parla poco. Tre caratteristiche rare nei filosofi.
Lo si vede spesso dialogare con chiunque.
Oppure passeggia, osservando con grande interesse i suoi simili, che sfrecciano davanti a lui indaffarati e a capo chino, spinti da chissà quali urgenze, abbandonati alla fretta come alla corrente di un fiume.
Infatti il flusso dei pedoni, proprio come l’acqua in piena di un fiume, si schiude, lasciando spazio, ogni volta che il filosofo sosta immobile a osservare.
Da anni, il filosofo, sostiene che gli esseri umani tutti, ma proprio “tutti”, sono “capolavori” e che gli apparati di potere, nella loro rozzezza, non ne conoscono né riconoscono il valore inestimabile. Allora li trasforma, fino a soggiogarli al peso del lavoro, degli affetti imposti, dell’incertezza.
Li devasta, trasformandoli in ragionieri, operai, cassiere, mariti, militari, Papi, artisti, insomma in qualsiasi cosa, tranne che in loro stessi, nella “Maestosità unica e irrepetibile di esseri umani.”
“Proprio come se qualcuno, ignorando la grandezza di un quadro di Caravaggio o di Leonardo Da Vinci, lo usasse come vassoio per servire i cappuccini.”
Esprime il suo stupore, il filosofo, per il fatto che gli esseri umani stessi fanno fatica a divenire esperti di sé e dei propri simili, fino a convincersi di aver a che fare con dei capolavori inestimabili.
Anzi, si direbbe che, per misteriose ragioni, loro stessi raggiungano un’inspiegabile disistima verso il proprio essere, portando avanti a fatica un rapporto non privo di delusioni e di angosce, frustrazioni e depressioni.
Lui, instancabilmente, lo va ripetendo a tutti.
Passandogli accanto mentre conversa, capita di udirlo dire frasi come: “Cara signora, non dimentichi che lei, come essere umano, anche solo come macchina biologica, è un assoluto capolavoro…”
Oppure: “Mio caro ragazzo, se tu fossi cosciente di essere quello che sei e cioè un inestimabile capolavoro della natura, mai esistito prima e che mai esisterà come te nei secoli, non solo ti tratteresti con infinito affetto, ma non ti sogneresti mai, per esempio, di fumare…”
Ieri mi sono trovato faccia a faccia con lui.
“Scusi, posso farle una domanda che ha impegnato i filosofi di ogni tempo?”
“Ma certo. Sentiamo la domanda.”
“Esiste Dio?”
L’uomo mi ha fissato per qualche istante in silenzio, poi ha sussurrato con voce chiara e consapevole: “Non ancora.”
(S.A.)




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25 febbraio 2005

I SASSI NELLA MINESTRA

Sono solo altre parole di un amico che non conosco:

Nonna Lucia, che vive con la figlia settantenne a piano terra, due mesi fa ha compiuto i 97 anni e tutto il condominio è passato da lei per gli auguri.
Qualcuno le assicurava che, secondo i nuovi parametri, con la salute che aveva, poteva facilmente raggiungere i 120 anni. Altri le comunicavano il loro stupore per la lucidità con cui ancora raccontava episodi della sua giovinezza e per l’intensità con cui sapeva ascoltare chiunque le parlasse.
La figlia mi ha avvicinato e, portandomi in disparte, mi ha rivelato in gran segreto che da alcune settimane nonna Lucia metteva dei sassi nella pentola del minestrone o anche nel sugo per la pasta.
Era talmente abile nei gesti che nessuno riusciva a coglierla sul fatto e quando la figlia le faceva notare la stranezza, nonna Lucia scuoteva il capo quasi a dire “Che tempi stiamo vivendo ormai.”
Ora era lì, ritta accanto alla finestra, intenta a osservare i passanti e le lunghe file di auto ferme in mezzo alla strada. Sembrava abbandonarsi allo stupore, di fronte a una civiltà troppo presto raggiunta che imprigionava gli esseri umani, invece di liberarli.
Mi sono avvicinato per darle il solito bacio che da sempre le offro ad ogni incontro, indugiando un po’ più a lungo con le labbra sulle sue guance.
Lei, dopo il bacio, si è guardata intorno scuotendo il capo rapidamente, come per togliersi di dosso i 97 anni compiuti e ha sussurrato “Non qui, che c’è mia figlia, ci troveremo, magari stanotte…”.
Un lieve rossore è apparso sulle sue guance e con la mano destra ha rimesso a posto con grande eleganza un ciuffo di capelli che si era scomposto durante il mio bacio.
C’era nella sua voce complice e dolce, la traccia di una stagione lontana, quella degli incontri furtivi con gli uomini, nata dalla realtà della giovinezza o forse solo dall’intensità dei desideri.
Poi si è allontanata con la grazia di una bambina.
E’ stato in quel momento che ho deciso di uscire per comprarle il regalo del compleanno. Sono tornato con una bambola e l’ho messa tra le braccia di nonna Lucia.
Il suo volto raggiante si è chinato ad osservare i lunghi riccioli biondi e sistemando qua e là i vestiti alla bambola, la accarezzava come per darle vita.
Da quel momento, ormai da quasi due mesi, nonna Lucia non si è più separata dalla bambola e ha smesso di compiere qualsiasi stranezza, come quella di mettere furtivamente i sassi nella minestra o perfino nel sugo.
La chiama spesso “Maria.”
E’ il nome della sua sorellina, morta durante la prima guerra mondiale, quando alcuni sassi, in seguito all’esplosione di una bomba, avevano colpito la bambina alla nuca uccidendola.
“Maria, dammi le manine”, un giorno l’ho sentita sussurrare.
E la bambola, come sempre, sorrideva.
(S.A.)




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21 febbraio 2005

AD MEMORIAM

“Il baule della macchina pareva un laboratorio mobile della narcotici.
Avevamo due borsate di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un’intera galassia di pillole multicolori, eccitanti, calmanti, esilaranti… e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere puro e due dozzine di fiale di popper.”

(Hunter S. Thompson, Paura e Disgusto a Las Vegas)




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